Mese: febbraio 2018

Bitcoin e Criptovalute: gli aspetti fiscali
Posted by:Alberto Liviero, febbraio - 06 - 2018

Almeno una volta a settimana trascorro la pausa caffè in compagnia di un carissimo amico. Tra un lungo ed un normale gli argomenti all’ordine del giorno sono pressoché sempre gli stessi: calcio, lavoro e polemica sterile. A stravolgere la nostra routine ci pensa la sua ultima scoperta: “Ho investito in Bitcoin. Devo dichiararli?” Metto giù la tazzina, lo guarda e sorrido.

Quello dei Bitcoin, o più in generale delle criptovalute, è un tema di forte attualità ma purtroppo ad oggi in Italia, nonostante il virtuosismo nella produzione di (ab)norme, non esiste una disciplina ad hoc. La risoluzione dell’agenzia entrate n. 72E del 2016 è l’unica, se così si può dire, fonte dalla quale è possibile attingere qualche informazione.

Nella risoluzione in questione, in risposta ad un interpello, l’Ag. Entrate affronta il tema dei Bitcoin sotto un duplice profilo:

  • per chi possiede Bitcoin nell’esercizio dell’attività d’impresa;
  • per chi possiede Bitcoin per fini non speculativi (persona fisica non possessore di partita iva).

L’amico junior trader si colloca esattamente nel secondo profilo. Vediamo quali sono i riflessi fiscali di questo suo investimento.

Limitandoci a quanto indicato nella risoluzione, l’agenzia entrate afferma che dalle operazioni di acquisto e vendite di valuta non si generano plusvalenze imponibili in quanto viene a mancare un presupposto essenziale: il fine speculativo.

In realtà, secondo una corrente di pensiero, ciò non sembrerebbe corretto, in quanto il legislatore fiscale, con l’articolo 67 c. 1-ter del TUIR, ha voluto colpire le operazioni di finanza, alla base delle quali soggiace un vero e proprio fine speculativo.

Secondo il menzionato articolo, infatti,  le plusvalenze derivanti dalla cessione a titolo oneroso di valute estere concorrono a formare il reddito a condizione che nel periodo d’imposta la giacenza dei depositi e conti correnti sia superiore a 51.645,69€ per almeno sette giorni lavorativi consecutivi.

Quindi, alla luce di ciò, ci sono tre possibilità:

  • adeguarsi alla risoluzione dell’agenzia entrate e non dichiarare eventuali plusvalenze per mancanza del presupposto speculativo (potenziale rischio di contenzioso);
  • dichiarare le eventuali plusvalenze secondo quanto disposto dall’articolo 67;
  • dichiarare, in ogni caso, tutte le plusvalenze.

 

Un tema, a mio avviso di notevole importanza, che la risoluzione non considera è il monitoraggio fiscale.

Chi ha investimenti all’estero, suscettibili di produrre redditi imponibili in Italia, deve indicarli nella dichiarazione annuale dei redditi, nell’apposito quadro RW del modello unico che permette di assolvere ad un duplice obbligo: il monitoraggio fiscale e il pagamento dell’imposta Ivafe.

Nel caso delle criptovalute diventa fondamentale conoscere la sede dell’exchange (il sito dove è possibile negoziare le criptovalute) e in quale paese è collocato il wallet (portagoglio) che detiene le criptovalute. Questo perché se il wallet si trova al di fuori del territorio italiano la compilazione del quadro RW della dichiarazione dei redditi diviene necessaria, pena il rischio di incorrere in pesanti sanzioni.

Anche in questo ambito non c’è unanimità. Di fatti un’altra corrente di pensiero considera le criptovalute a-territoriali, cioè non detenute né all’estero né in Italia. Ciò comporterebbe l’esonero da ogni obbligo di monitoraggio fiscale.

 

Le interpretazioni non mancano. E aggiungo: tutte più che condivisibili. Una forte e decisa presa di posizione da parte dell’amministrazione finanziaria non può farsi attendere ulteriormente. È impossibile non rendersi conto della portata sempre più ampia che stanno assumendo le criptovalute e del caos (o vuoto) normativo in cui si trovano i  contribuenti. Serve chiarezza.

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