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Crowdfunding & sharing economy: normativa cercasi
Posted by:Alberto Liviero, Settembre - 08 - 2016

Il crowdfunding è una modalità di raccolta di denaro per finanziare nuovi progetti, attività imprenditoriali o idee. Esso consente ai fundraiser di accumulare denaro attraverso piattaforme on line che consentono di raggiungere un numero illimitato di potenziali investitori. Questo particolare forma di raccolta fondi, che in Italia fa “stranamente” fatica a decollare rispetto ad altri paesi UE ed oltreoceano, è usato per lo più da start-up e PMI innovative quale modalità di accesso a finanziamenti.
Figlio della sharing economy, il crowdfunding è uno dei pochi strumenti che può vantare una regolamentazione avvenuta di recente a livello nazionale. In realtà, nelle sue più svariate forme (donation based, reward based, equity-based crowdfunding, royalty based), il legislatore si è limitato a disciplinare solamente l’equity-based crowdfunding, regolando, da un lato, la gestione delle piattaforme on line per la raccolta di capitali per start-up e PMI innovative e, dall’altro, le offerte al pubblico condotte attraverso le piattaforme on line per la raccolta di capitali. L’ottica, non solo nazionale, dunque è quella di percorrere una strada volta alla regolamentazione della sharing economy. Di recente, infatti, nel corso dell’audizione del 26 luglio 2016 presso la Camera dei Deputati, il Direttore dell’Agenzia delle Entrate ha fornito alcuni spunti di riflessione sulla proposta di legge finalizzata a disciplinare le piattaforme digitali per la condivisione di beni e servizi e a promuovere l’economia della condivisione.
L’obiettivo della proposta di legge in materia di sharing economy, consiste nel garantire equità e trasparenza, soprattutto in termini di regole e di fiscalità, tra i soggetti che operano in tale ambito e gli operatori economici tradizionali e, al contempo, nel tutelare i consumatori soprattutto per gli aspetti connessi alla sicurezza, alla salute, alla privacy e alla trasparenza delle condizioni contrattuali.
Un primo passo in avanti è stata fatto ma c’è ancora molta strada da percorrere.

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In data 02.09.2016 l’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 72, ha definito la natura e il trattamento fiscale applicabile alle commissioni percepite dalle società che, per conto della propria clientela, svolgono attività di servizi relativi a monete virtuali. Prima di addentrarci nello specifico ritengo opportuno fare un passo indietro e introdurre brevemente il Bitcoin.
Il Bitcoin è una tipologia di moneta virtuale utilizzata come “moneta” alternativa a quella tradizionale principalmente come mezzo di pagamento per regolare gli scambi di beni e servizi ma anche per fini speculativi attraverso piattaforme on line che consentono lo scambio di Bitcoin con altre valute tradizionali.
Si tratta, pertanto, di una vera e propria forma di pagamento, non soggetta ad alcuna disciplina regolamentare specifica né ad una Autorità centrale che ne governa la stabilità nella circolazione.
Addentrandoci in materia fiscale, a livello nazionale la normativa non prevede disposizioni specifiche per le cripto-valute. Tuttavia, la Corte di giustizia Ue si è espressa in materia circa un anno fa (sentenza 22 ottobre 2015), analizzando un caso simile a quello illustrato nella circolare sopracitata.
Pertanto, in assenza di una specifica normativa applicabile al sistema delle monete virtuali, la sentenza della Corte di Giustizia costituisce necessariamente un punto di riferimento sul piano della disciplina fiscale applicabile alle monete virtuali e, nello specifico, ai Bitcoin.
In ossequio a quanto affermato dai giudici europei, pertanto, nel caso esposto nella circolare, l’Agenzia delle Entrate ritiene che l’attività di intermediazione di valute tradizionali con Bitcoin, svolta in modo professionale ed abituale, costituisce una attività rilevante oltre agli effetti dell’Iva anche dell’Ires e dell’Irap.

  • Ai fini Iva tali operazioni rientrano tra le operazioni “relative a divise, banconote e monete con valore liberatorio” di cui all’articolo 135, paragrafo 1, lettera e), della direttiva 2006/112/CE. Più precisamente, ai fini dell’imposizione indiretta, l’operazione ha natura di prestazione di servizi finanziari, esente da IVA ai sensi dell’art. 10, comma 1 n. 3 del DPR 633/72.
  • Ai fini ires ed irap, si ritiene che i componenti di reddito derivanti dalla attività di intermediazione nell’acquisto e vendita di Bitcoin, al netto dei relativi costi inerenti a detta attività, sono da iscrivere a ricavi (o costi) caratteristici di esercizio dell’attività di intermediazione esercitata.

Per un maggior approfondimento della problematica affrontata è possibile consultare per intero la circolare n. 72 dell’agenzia entrate, al seguente link

 

http://bit.ly/2coEBQw

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