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IL BILANCIO CONTABILE NON SERVE A NIENTE
Posted by:Alberto Liviero, Gennaio - 29 - 2019

Ho avuto il piacere di investire qualche euro e qualche ora del mio fine settimana partecipando ad un corso* sul controllo di gestione per le PMI “Dal Bilancio alla strategia”. Tra i presenti spiccavano imprenditori, controller e responsabili amministrativi. A rappresentare la categoria del Commercialista soltanto il sottoscritto e Antonio, un collega di Padova.

Nel tragitto di ritorno ho avuto un po’ di tempo a disposizione per riflettere sulla giornata formativa appena conclusasi ed ecco le 5 considerazioni che mi porto a casa:

1) Il bilancio contabile non serve a niente. Il senso è questo: che il bilancio d’esercizio approvato dai soci entro il 30 aprile dell’anno successivo a quello di riferimento sia ormai inutile al fine di un’analisi della gestione è un concetto trito e ritrito ma non è questo il punto. Anche durante gli incontri infrannuali l’imprenditore, il più delle volte, si presenta con il classico bilancino contabile a sezioni contrapposte passato dall’amministrazione. A parte l’utile, il fatturato e qualche altra informazione patrimoniale, cos’altro ci potrà mai dire di così interessante? Ecco che allora potrebbe essere molto più produttivo, per esempio, un bel conto economico riclassificato a Valore aggiunto – MOL o a costo del venduto oppure uno stato patrimoniale riclassificato a scalare. Questo perché leggere i risultati per intermedi, per margini, raggruppare le voci di costo o ricavo per classi permette non solo di fare delle analisi strategiche ma anche di individuare più facilmente gli aspetti cruciali della gestione e, laddove necessario, attivare per tempo delle azioni correttive. Inoltre la riclassificazione degli schemi bilancio può tornare utile anche per un’analisi di benchmark.

2) Evitare la spasmodica ricerca del dato. Nell’attività di controllo di gestione spesso si corre il rischio di focalizzarsi troppo nel ricercare numeri, dati, informazioni perdendo di vista il perché stiamo facendo un’attività di controllo, generando una mole di informazioni tale da diventare disinformazione. È molto più efficace, soprattutto nella fase iniziale, individuare pochi ma critici KPI e concentrare le energie su di essi, analizzarli, capirli, monitorarli e migliorarli.

3) Il Bilancio confessa. Spesso si dà per scontato che i numeri in nostro possesso siano corretti e veritieri, in realtà non è così insolito trovarsi tra le mani dei prospetti contabili “taroccati.” Un’efficiente analisi dei dati non può prescindere dalla qualità degli stessi. Diventa quindi essenziale una preventiva verifica dei dati magari confrontandoli su base triennale o quinquennale in modo da intercettare eventuali anomalie o incongruenze tra un anno e l’altro. Dopotutto, il bilancio confessa…

4) Semplificazione. Semplificare è la parola chiave. Uno strumento di analisi, quale un report, deve essere facile, veloce, intuitivo e possibilmente interessante. Soprattutto quando l’analisi è condivisa con l’imprenditore e collaboratori. Se vogliamo che i dati rappresentino davvero un valore bisogna fornire strumenti o report in grado di poter accedere ai dati in modo facile ed interessante.

5) Cultura del dato. Ultimo ma non per importanza, anzi…tutt’altro!!! In Italia la cultura del dato è pressoché inesistente. Mi riferisco in particolar modo alle Micro e PMI. Il tempo delle vacche grasse è finito, dobbiamo fare un passo indietro e ripartire dai dati. Ultimamente si sente spesso parlare di sistemi di Business Intelligence e Analytics ma, seppur la loro esistenza non è proprio così recente, negli anni non hanno mai prodotto quel reale supporto decisionale per l’imprenditore che invece si è sempre lasciato guidare dal proprio istinto, piuttosto che dai dati. La gestione di un’impresa richiede oggi una quantità di competenze maggiore rispetto al passato. 

Concludo citando W. E. Deming: “Senza dati, sei solo un’altra persona con un’opinione”

*relatore Giuseppe Brusadelli – www.farenumeri.it

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